martedì 12 agosto 2014



COSTUME


STORIA DELLA POPO', DELLA PIPI' E DELLA SPORCIZIA




 Nelle latrine romane, farlo in compagnia continuando a chiacchierare del più e del meno, era normale. Anche pregare la dea Igea, che aiutasse a espletare il bisogno qualora si presentasse difficoltoso. Se i bagni erano al coperto avevano grandi finestre sempre aperte. Davanti ai cessi scorreva acqua pulita. In queste latrine pubbliche vi erano appositi contenitori di acqua con spugne legate ad aste, che servivano a pulirsi il deretano senza sporcarsi le mani. A livello igienico non era il massimo, ma per chi aveva una spugna tutta per sè era meglio delle foglie, dell’erba, del terreno o delle pietre usate nei secoli dalle varie civiltà.







 




Quando i gabinetti erano all'aperto erano comunque posti sotto un portico, perchè fossero riparati dalla pioggia. Non c'era mai problema di puzzette. Tutti i problemi cominciarono col cristianesimo, quando il corpo divenne cosa sporca e peccaminosa, contrapposto all'anima.





 Roma era nota in tutto il mondo per le sue fognature davvero all’avanguardia: la Cloaca Massima, dopo un tortuoso e lungo tragitto, si scaricava nel Tevere, che così diventava “biondo”.

Cloaca Massima













 
Il medioevo è considerato un secolo buio in cui le condizioni igieniche vanno decadendo portando alla diffusione di molte malattie, tra cui alcune gravi come il tifo e l’epidemia di peste del 14° secolo. L’uso del "vaso" (di rame o terracotta) prende il sopravvento, mentre le latrine pubbliche vanno pian piano scomparendo.




 L’acqua, oltre che mal vista dalla scienza, divenne un pericolo morale anche per la Chiesa. Essa rappresentava qualcosa di peccaminoso, tant’è vero che santa Caterina da Siena non passava là dove c’era acqua per paura di peccare. San Gerolamo sconsigliava, soprattutto alle fanciulle, di fare il bagno per non esporre il corpo nudo; San Benedetto ripeteva spesso che coloro che stavano bene in salute, e specialmente i giovani, non dovevano avere bagni. Sant’Agnese morì a tredici anni senza mai essersi lavata. In particolar modo, lavarsi le parti intime poteva indurre a tentazioni e perfino nei secoli avvenire, fra le donne di campagna, sopravviveva la convinzione che «lavarsi di sotto, o toccarsi nei punti delicati» fosse peccaminoso.
Cristianesimo e sudiciume marciarono a braccetto perché prevalse il principio che l’uomo battezzato non aveva bisogno di nessun altro rito purificatore e, come molti asserirono, la religione cristiana si preoccupava solo della salute dell’anima e non di quella del corpo. Dagli uomini di Chiesa anche le latrine pubbliche furono considerate luoghi ambigui e di perdizione, e, a tal proposito, san Bonifacio le definì “focolai del vizio” mentre san Benedetto “antri del diavolo”.
La poca stima per le latrine pubbliche e in assenza di sistemi fognari o di piccoli pozzi neri, il modo più sbrigativo per eliminare i “rifiuti corporali” fu lo sbarazzarsene “sicut et simpliciter” buttandoli fuori di casa. E, difatti, almeno nelle città, le strade e i vicoli divennero ricettacolo di merda e urina. Ogni mattina non c’era casa dalla quale dalla porta o dalla finestra non si svuotavano i “vasi da notte” al grido: <Attenti sotto!>.

Giacchè è l’acqua a far marcire ed imputridire le cose, questo portò gli scienziati del tempo a pensare che i bagni o i lavaggi prolungati, aprendo i pori della pelle, la indebolissero predisponendo poi a malattie ed infezioni.
L’acqua, in ogni caso, favoriva la propagazione delle infezioni. Per questo, solo le parti più visibili ed esposte del corpo, come mani, piedi e viso, venivano lavate più sovente, a volte solo con panni umidi, mentre spettava ai vestiti proteggere e mantenere il corpo pulito, assorbendo la "spocizia". Togliersi una camicia bianca diventata sporca e grigia, significava aver protetto il corpo, ed era quindi la camicia che andava lavata. Col tempo si arrivò ad avere perfino solo due bagni "ufficiali", quello prima del matrimonio e quello dopo la morte; entrambi rappresentanti l’inizio di una nuova fase. Molte persone si sposavano in giugno ed avendo fatto il bagno annuale nel mese di maggio, il loro “odore” iniziava ad alterarsi e per tale motivo le spose si dotavano di un bouquet di fiori per coprirlo. Ecco da dove deriva la tradizione per le spose, di avere con sè un bouquet di fiori.

 Quando in casa capitava di fare il bagno, il primo a calarsi nel tinello era l’uomo, seguivano i figli più grandi, poi donne, bambini e infine i neonati. Il tutto, ovviamente, senza cambi d’acqua ed è per questo che alla fine essa era così sporca e nera che non era insolito sentire la frase: "Attenzione a non gettare il bambino insieme all’acqua sporca!"
Il problema non era dovuto tanto alla quantità o al trasporto dell’acqua dai pozzi alla casa, quanto al suo riscaldamento. In inverno solo i ricchi potevano permettersi legna a sufficienza per riscaldare l’acqua e così la maggior parte della popolazione ricorreva al bagno solo nei periodi caldi.

Verso la fine del Medioevo, non v’era quasi più casa o persona senza un vaso da notte. Si andava dalla semplice caraffa di metallo da tenere sotto il letto, alle apposite e più comode sedie di legno, col classico buco a forma di serratura (utile agli uomini per urinare mentre stavano seduti) e con all’interno un contenitore rimovibile.



 

Nelle case di nobili e regnanti il lusso portava perfino ad artistici troni-gabinetto seduti su quali si poteva anche ricevere visite. E’ scritto che Luigi XIV (1638-1715) annunciò il proprio matrimonio, mentre era seduto sulla sua sontuosa poltrona “comoda” nella sala reale. E si dice che il duca di Beaufort, monsieur de Vendome (1616-1669), si pulì perfino il culo mentre il vescoso di Parma era al suo cospetto per delle trattative, e per questo se ne andò indignato. Nei cortili o nei piccoli paesi si trovavano anguste cabine di legno con dentro una piccola panca forata al di sotto della quale si apriva un canale o una fossa. Nei castelli non era insolito trovare piccole latrine di pietra che sporgevano dalle mura, così i bisogni cadevano direttamente sul terreno sottostante. Una latrina di questo tipo la possiamo ammirare,ancora funzionale, al secondo piano della nostra Torre dell'Elefante.

Nel frattempo in molti paesi si era diffuso il semplice buco detto “alla turca” sul quale ci si accovacciava, evitando così problemi di tipo igienico.Tutto finiva in un pozzo nero. Poichè il sistema era abbastanza comodo (a patto di fare attenzione a non sporcare orli di pantaloni e di abiti), è di fatto ancora in uso un po' dappertutto. Da notare che nelle grandi città turche non se ne vede traccia.





 Una ''turca'' particolarmente semplice e sfigata fu incontrata da un amico di un amico in Cina, nella stanza in cui alloggiava (tipo quella della foto sottostante, ma senza le piastrelle): il pavimento degradava verso il buco posto al centro della stanza.



Nel castelli e nei palazzi più eleganti, vi erano invece degli sgabuzzini a muro dotati di asse lignea con buco e una condotta verticale di tubi sempre in terracotta che scaricavano in una cisterna detta pozzo nero il cui contenuto veniva ritirato – e ciò avvenne sino alla fine dell’Ottocento – da merdaioli (sic) autorizzati, che poi lo rivendevano come concime.

La latrina della foto qui sotto è in realtà contemporanea, incontrata da un turista sfigato durante un viaggio in Polonia.
 

Il momento peggiore fu il Rinascimento; nei palazzi, tutti consideravano saloni isolati, ballatoi e retri delle porte come luoghi atti alla natural bisogna.
Nell’800 la Richard Ginori aveva in catalogo numerosi tipi di vasi, che facevano normalmente parte del corredo da sposa, insieme a brocca, lavamani e portasapone.




 Solo nel 1886 l’inglese Thomas Crapper (da cui derivò il termine “to crap=cagare”) inventò lo sciacquone sopra la tazza, ovvero un serbatoio di 10 litri che grazie a delle leve ed a un tirante con catenella di ferro, scaricava e puliva il gabinetto. Il wc a cassetta con il primo sifone, divenne obbligatorio nelle case private dagli anni ’30 nei paesi anglosassoni e solo dal 1950 nel nostro.



L’ottica della cacca permette di osservare il mondo sotto una prospettiva diversa. È utile per classificare i popoli: ne esistono di coprofili (come la Cina che ricicla col biogas i suoi escrementi) e di coprofobi (l’India che a parte la sacralità degli escrementi vaccini se ne vergogna), così come esistono popoli dell’acqua, usi a lavarsi con acqua, anche quando scarseggia, e popoli della carta, come il Giappone usi a pulirsi con carta, corteccia o bastoncini. Curioso il caso del Giappone che con i suoi washlet è riuscita a riconvertire un intero popolo all’uso dell’acqua.
Anche gli USA sono un popolo della carta, da qui l’eterna polemica sul bidet e l’insuccesso della TOTO azienda giapponese che, dopo il successo in patria, tenta con scarsi risultati di convincere gli americani a lavarsi dopo aver defecato.

 
 La prima testimonianza certa sul bidet risale al 1710, anno in cui il probabile inventore, Christophe Des Rosiers, lo installò presso l’abitazione della famiglia reale francese.
In realtà il bidet rimase inutilizzato in Francia; a Versailles esistevano 100 bagni ma furono dismessi tutti in una decina di anni.




Nella seconda metà del 1700 troviamo il primo bidet utilizzato in Europa, proprio in territorio italiano, che diede il via alla sua diffusione prima nel Regno delle Due Sicilie e, molti anni più tardi, anche nel resto della penisola. Fu la Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, ad essere particolarmente innovativa nel volere un bidet nel suo bagno personale alla Reggia di Caserta. Dopo l’annessione al Piemonte, ad unità d’Italia avvenuta, i Savoia fecero l’inventario di ciò che trovarono nella reggia borbonica e, non sapendo cosa fosse, non seppero dare una definizione dell’oggetto; nell’inventario fu scritto “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.

Dal 1900, durante l’età vittoriana, con l’avanzamento tecnologico delle tubature, il bidet, assieme al vaso da notte, divennero strumenti utilizzati nella stanza da bagno e non più in camera da letto.
Ma il bidet ebbe anche un periodo buio dovuto al fatto che era utilizzato specie dopo rapporti sessuali e quindi visto strettamente legato a prostitute e donne di “malaffare”. Visto quindi come “eliminatore” dell’eventuale seme presente nella donna, venne anche condannato come parte delle pratiche anticoncezionali malviste dalla chiesa.
Se è per questo che i francesi continuano a non usarlo, non ha senso..lo usiamo noi che abbiamo il Vaticano in casa! Mah..!!
(da l'Elzeviro)
Il bidet è comunemente presente solamente in alcuni paesi europei (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo), in America latina (in Argentina è presente al 90%), in Medio Oriente e Asia (in particolar modo in Giappone dove è addirittura presente nei bagni pubblici).
Come fanno gli abitanti dei paesi che non usano il bidet? Non se lo fanno e si limitano all'uso della carta, rimandando il lavaggio alla doccia mattutina, e se si trovano a fare sesso interrompono i preliminari e uno dei due, o ambedue, vanno a docciarsi. Qualcuno però sostiene di usare il guanto igienico di spugna.

(NOTA: Altri orrori che possono trovarsi all'estero:
la frequenza della moquette nei bagni inglesi; la lontananza (stanze diverse) di water e lavandino/doccia nelle case francesi (sempre in assenza di bidet); il ''rialzo'' nelle tazze dei water austriaci e tedeschi, una specie di mensola su cui cade il prodotto e che ne consente l'attento esame prima di tirare l'acqua e farlo scomparire definitivamente (ma ne determina l'inevitabile residuo strisciato e una maggior diffusione dell'odore); due rubinetti separati nei lavandini inglesi, uno per l'acqua fredda e uno per la calda.)
 Datosi che la maggior parte dei maschi umani ha il vezzo di schizzettare fuori dal water quando fa pipì, questo comporta parecchi problemi e spese di pulizia soprattutto nei luoghi pubblici Nell'aeroporto di Monaco è stato piazzato questo geniale tipo di water, con una mosca disegnata. Nel tentativo di centrare la mosca gli schizzi si sono automaticamente ridotti. E ridotti si sono pure gli interventi dell'impresa di pulizie, da sei a cinque, nelle 24h, con un bel risparmio.



Il gabinetto divide in due il pianeta. La metà ricca ha a disposizione reti fognarie e gabinetti a sciacquone. La metà povera quando va bene può usare latrine a secco o ricorre ai campi.In realtà 2,6 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici. Quattro persone su dieci non hanno alcuna latrina, toilette, secchio o casupola. Defecano lungo i binari del treno o nei boschi. Quelle quattro persone su dieci vivono circondate dagli escrementi umani. Il prezzo da pagare in termini di malattie è incredibile. Un grammo di feci può contenere 10 milioni di virus, 1 milione di batteri, 1000 cisti parassitarie e 100 uova di vermi. Piccole particelle fecali possono contaminare l’acqua, il cibo, le posate e le scarpe, e possono essere ingerite, bevute o involontariamente mangiate. Paradossalmente, la parte di umanità che utilizza gabinetti moderni è anche la meno sensibile al problema dello smaltimento della cacca.Una volta eliminate le scorie dalla nostra tazza nulla sappiamo del loro viaggio, che spesso finisce per inquinare pesantemente l’ambiente. Se si pensa che città del mondo evoluto (e non sono certo le sole) come Vancouver e Brighton scaricano direttamente a mare i liquami non trattati delle fogne, non c’è da essere allegri.




Nella foto sopra, si può vedere un moderno gabinetto ''a separazione'': divide cioè la pipì dalla cacca alla fonte per evitare che i liquidi organici, carichi di fosfati, appesantiscano e inquinino oltremodo i solidi più facili da compostare e riciclare. Questo mette in evidenza che il problema dello smaltimento della cacca è uno dei più importanti, mentre noi, popolo dello sciacquone, siamo convinti che basti cagare, schiacciare un bottone, consumare 13 litri d’acqua potabile a ogni scarico, per dimenticarci che il più delle volte quello che abbiamo scaricato sarà il cibo dei nostri prossimi pasti.


FINE

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